Pronto soccorso

Al pronto soccorso – Illustration made for the story of Gabriele Romagnoli. La Stampa

Al pronto soccorso l’umanità che ancora resiste

C’è un luogo infallibile per misurare la condizione di un Paese: la sala d’attesa del pronto soccorso di un ospedale della sua capitale. E così, la mattina di gennaio in cui sono finito in uno di quei posti a Roma, ho smesso di guardarmi dentro, tanto fra poco lo avrebbero fatto altri, con prelievi, radiazioni, sonde e ho semplicemente ascoltato il battito asìncrono dell’Italia.  Seduto nell’acquario, aspettando, con pazienza e curiosità.

All’ingresso si ferma una vecchia auto scoppiettante. La guida un uomo sulla sessantina, in tuta da ginnastica, i capelli come uno dell’Equipe 84. Scende rapido e circumnaviga il cofano per aprire la portiera a un altro uomo, privo di espressione sotto la coppola a quadretti, un pezzo di roccia staccatosi dal mondo qualche era fa e rimasto a testimoniare il passato.

Lo consegna alle infermiere con un bagaglio di ansie: “Ha la pressione a duecento, è tutto confuso”. Gli rispondono: ora vediamo. Lo depositano sulla panca accanto alla mia. Il figlio fa per andarsene, dice: “Vado a far colazione”, ma esita, finché la roccia fa un gesto impercettibile e, come un prestigiatore, fa apparire dalla tasca interna venti euro. Il figlio sessantenne li prende, li stringe, va.

Appena la porta si chiude, la roccia si anima, nella forma in cui ogni passato rivive: raccontandosi. “Vengo dalla Calabria, ho novant’anni. Sono rimasto solo con mio figlio, quello che hai visto: ne ha sessantadue. Mia moglie è morta, avevo un altro figlio che se n’è andato di colpo a cinquantadue anni. Mi resta questo, è buono, ma non lavora. La mia pensione basta per due. Basta per modo di dire. E dopo? E se stavolta non esco? Dice che avrà il coso, il reddito di cittadinanza. Io ho sempre lavorato, dove lavoro c’era, ma non lo so, adesso forse è diverso. Comunque la povertà non è la cosa più brutta, la cosa più brutta è la malattia”. Gli dico che forse, per come ne parla, la sua malattia è la povertà di suo figlio. Stringe gli occhi e fa un sorriso che hanno gli uomini alla fine della fatica, quando ogni destino è un sollievo.

Entra un nubiano con un buffo cappello di lana a cono. Riconosco la sua provenienza perchè quando vivevo al Cairo un nugolo di nubiani assiepati in portineria provvedeva al palazzo, lavando le scale e facendo ogni tipo di lavoretto. Questo dice di chiamarsi Abedì. E che cosa fai a Roma? Risponde: lavo scale. Insiste sul nome Abedì, nel caso lo chiamassero.

“Liguori!”, annuncia l’infermiera.

Abedì, incongruamente, scatta in piedi.

Facendolo, rivela  qualcosa, qualcuno che non avevo notato, un fagotto, una persona arrotolata sulla panca, con una felpa dello stesso grigio, i capelli invisibili. A srotolarla è l’arrivo di una donna più grande che spalanca la porta e le si rivolge in inglese. Ha le scarpe da ginnastica, un libro sotto il braccio (SPQR di Mary Beard) e un’attitudine battagliera. Non è la madre, ma un’insegnate di quella che si rivela una ragazza di vent’anni con un terribile dolore all’addome. L’insegnante è indignata per il fatto che sia in attesa da due ore. Questa non è una storia di malasanità: il pronto soccorso ha fatto quel che poteva, per ognuno, secondo le sue necessità. Ho visto passare una donna incinta che perdeva sangue e molti altri al cui confronto io, Abedì, la roccia e la studentessa potremmo giocare a carte. Ognuno è prigioniero della propria emergenza ed esperienza,  ma la seconda mi consente di ricordare un grande ospedale di Chicago,  un fotografo italiano con cui viaggiavo, privo di assicurazione sanitaria, atterrato da un’intossicazione alimentare, disteso su una barella senza speranza di arrivare agli ambulatori finché gli piazzai una carta di credito platino sulla fronte e via che andò.

“Adani!”

Abedì balza nel corridoio.

Incrocia una coppia fuori tempo massimo. Avranno più di ottant’anni. Da come si sorreggono non si capisce davvero chi dei due sia il malato. Il cinquantenne che li ha accompagnati va a parlare con le infermiere. Loro si siedono, legati come una treccia. Lei è tinta e truccata, lui sportivo, un po’ come come Capannelle nei “soliti ignoti”. Sembrano i Vianella se avessero continuato a limonare in pubblico fino alla fine.

Lei dice: “Eccomi qua che sto a morì”.

Lui: “Nun te preoccupà, con te ce sto io”.

Lei: “E con te chi ce stà?”

Lui: “Eh…è che se volemo troppo bene” (ritornello).

Si stringono ancor più forte e piangono in silenzio. La roccia li guarda, come se gli avessero evocato qualcosa a cui non riesce a dare un nome. Il figlio dei Vianella entra nella sala d’attesa e, dato che chiama lui papà e lei Luisa, si rivela essere figlio soltanto di uno dei due. Si sono conosciuti tardi, dopo solitudini e vedovanze. In questa esistenza che non finisce mai sono ora davanti un altro bivio, ma non vogliono lasciarsi andare. Lui, Orfeo al contrario, sembra pensare che se distoglie lo sguardo la perderà.

Oltre l’acquario ora ci sono due donne, madre e figlia in modo inequivocabile, stesso copricapo di colbacco. La madre è in sedia a rotelle, catatonica. Viene condotta all’interno e resta immota mentre la figlia mostra una cartella ai paramedici e già cede alle lacrime. Sta provando ineseguibili manovre di distacco. Anche quando è naturale e concepibile, la scomparsa di una madre produce effetti irreparabili. Si porta via un’intera versione della tua esistenza. Non avrai mai più un compleanno, perché scoprirai che non era la tua festa, ma la sua, la celebrazione della sua vittoria sul nulla. In assenza della sua narrazione la tua esistenza, da affettuosa leggenda, non diventerà altro che un’aritmetica biografia: prodotti e risultati. Anche il tuo nome non ti sembrerà più lo stesso.

“Abedì!”

Non si alza, fermo e fisso.

Vai, nubiano, vai che tocca a te. La roccia non si scompone: non rivendica di esserci stato prima. Qui, nella deperibilità incombente, uno vale mezzo, ma l’un per l’altro si resta intatti. La figlia con il colbacco raddrizza la madre, quello dell’Equipe 84 porta il resto alla roccia, i Vianella procedono intrecciati oltre ogni soglia. Può governarci l’egoismo, ci cura la solidarietà.

Story by: Gabriele Romagnoli
Client: La Stampa



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