Cicero

Cicero – Illustration made for the story of Gabriele Romagnoli. La Stampa

Cicero

Manca un soffio a Natale: prendetevi una vacanza da Salvini e Di Maio, Renzi e Berlusconi. Regalatevi Cicero.

Claudio Cicero, nato a Tripoli 57 anni fa, assessore al comune di Vicenza da vent’anni ininterrotti, ha ricevuto incarichi da giunte di opposto indirizzi ed è attualmente assessore alla mobilità, eletto in una lista più personale che civica con il suo nome, il motto “impegno a 360 gradi” e il simbolo del suo più grande amore: la rotatoria, dove, volendo,  è consentito, circolare in eterno, senza mai saltare un giro né pagare un pedaggio. E’ Cicero il prodotto dell’ultimo ventennio di politica italiana. Perché?

Quel che più ha contato e conta per l’affermazione di un politico contemporaneo è un fattore: l’energia. Attira l’elettore in modo inconscio prima che razionale, è una seduzione subliminale. Vince sempre il candidato che la possiede. Spiega l’esito Trump-Clinton quasi senza parole. Che cos’è l’energia?  Ce lo ha detto Albert Einstein: E= m c2 . Tradotto in politica è: mobilità più comunicazione, al quadrato rispetto agli avversari. In Italia, negli ultimi decenni, ce l’hanno avuta (e persa) Berlusconi e Renzi. Poi Grillo. Di Maio è sempre stato spento. Ora ha energia soltanto Salvini. E, in provincia, uno come Cicero.

Mobilità significa: ubiquità, fisica e tattica, esserci sempre, farsi vedere, poi spostarsi, allearsi qui e là, autolegittimare le proprie contraddizioni. Comunicazione vuol dire subissare di dichiarazioni, per lo più affermando esattamente quel che i più si aspettano o hanno appena detto, interpretandoli anziché educandoli, sdoganandoli da se stessi, esaltandoli così come sono, di continuo, e ancora. In questo Cicero è imbattibile.

Ha un passato da pilota, che gli ha insegnato a correre, in qualunque direzione. E’ un uomo macchina: fa, fa, fa. Parte sempre da destra, ma cerca la traiettoria più conveniente: da Alleanza Nazionale al fai da te, dalle giunte di centro destra a un incarico in una di centro sinistra. Finì per colpa di un calendario del duce appeso nella sua stanza. Diede due giustificazioni: “E’ un regalo, come quello della Porsche”. “E sta di lato, non in primo piano”. Ha poi imparato che occorrono tre indizi per fare una prova.

Accusato di aver festeggiato il suo ventennio in modo improprio non ha potuto negare 1) la camicia nera 2) l’apparizione al balcone della piazza, ma il braccio teso, quello puntava amichevolmente in basso e 3) proprio no. Poi va da sé che sia tutto un gioco a scavalcarlo: a sinistra con il centro sociale che pubblica la sua fotografia a testa in giù “ma non per minacciarlo” e a destra con Forza Nuova che “fa quadrato” e invita a rispettare “il saluto che papa Francesco esegue sempre per i suoi fedeli”. Di questi tempi da Mussolini a Bergoglio o viceversa, è un attimo, un percorso a 360 gradi…..

Lo chiamano anche “il signore degli anelli” per questa sua mania della rotonda, ribattezzata “cicera”. Gli arguti dicono ne abbia una tra il salotto e la camera da letto, grande come un cesto da pic nic. C’è una commozione nel suo sguardo quando evoca la prima, o invoca l’ultima. A una regalò un grande coccodrillo di plastica rossa, aggiungendo che gli sarebbe piaciuto far doni anche alle altre e aveva a disposizione, chissà come, “orsi e pinguini”.

Rondò Vicentino ha un nemico giurato: il dosso. Se trova l’autovelox “immorale” (perché si deve “educare e non multare”) per il dosso non scomoda l’etica, ma passa all’azione: spianandolo. Ci sono video in cui assiste nottetempo e con grande soddisfazione, allo spianamento di una strada in cui lo scorrimento era rallentato da una cunetta artificiale. Ha appena ottenuto 100 mila euro per piallarne altri otto. Sogna una città liscia come una pista. La sorveglia: lo si può vedere talvolta, mentre albeggia, a controllare il traffico in tangenziale. Se scorre rientra soddisfatto. Passa per i parchi, da cui vorrebbe eliminare le panchine (“usate da spacciatori e sfaccendati”). Al limite, eliminerebbe anche qualche parco. Arrivato al lavoro comincia a dire la sua, su tutto, come si conviene.

I suoi rimedi sono radicali. I ciclisti fuori dalle piste ciclabili? Fucilarli. I nomadi in Porsche? Prenderli a cannonate. Quelli che spaccano le vetrine? Spaccargli la testa. I padroni che non raccolgono gli escrementi dei cani? Farglieli mangiare. Tutte cose che si sentono dire nei bar, alle 8, davanti al primo caffè e al fastidio del risveglio, ma che non assurgevano a linea politica. Cicero pialla e sdogana, fa liberamente circolare il pensiero forte. C’è una dichiarazione più elaborata e, questa sì, centrale in cui dei suoi avversari dice: “Preferiscono che il cittadino soffra agganciandosi a valori morali”.   Ci siamo: niente etica, solidarietà, sacrificio, bene comune. E’ lo sganciamento da tutto questo il vero segno del tempo.

Balconi, sicurezza, chiacchiere: sono, in scala, gli ingredienti chiave della politica nazionale che ha marcato gli ultimi mesi. Ancor più, c’è quel che ha marcato gli ultimi anni, capaci di elevare a protagonisti personaggi in fondo simili. Media e popolo hanno soggiaciuto alla stessa fascinazione. I primi si sono concessi a chiunque desse, sempre e in ogni modo, un titolo, inseguendolo fino a renderlo prigioniero di se stesso, del bisogno di dire per apparire e quindi alzare ogni volta il tono e il tiro.

Nell’epoca dei social si prosegue questa scalata in solitaria, senza più bisogno dei giornalisti gregari a portare la borraccia microfonata, scavalcando se stessi più volte al giorno e verificando al contatore dei seguaci l’effetto che fa. La vetta, a occhio pare lontana.

Quanto al popolo, confonde ormai presenza e necessità. Ammira chi c’è e ci mette la faccia, compare ovunque e dappertutto ha qualcosa da dire, talmente semplice e immediato da passare per buonsenso. Diffida di chi resta nell’ombra: starà tramando, non certo lavorando. Esige questa spettacolarizzazione di gesti ininfluenti, con parole roboanti che annunciano futuri privi di verifica. E’ uno schema universale, con modalità diverse lo hanno adottato  tutti.

“Sarà tre volte Natale”. Auguri.

Story by: Gabriele Romagnoli
Client: La Stampa



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