Empatia e geografia

Empatia e geografia – Illustration made for the story of Gabriele Romagnoli. La Stampa

Ragazzini a lezione di Africa, l’impossibile empatia

Ore 10: lezione di Africa. Alla scuola media Amore, di Pozzallo, in provincia di Ragusa. Quando una locale volontaria di Emergency, mi ha detto che sarebbe andata dai ragazzi di terza a parlare di “geografia & empatia” non ho saputo resistere e le ho chiesto di assistere. Degli adulti, delle loro reazioni all’immigrazione, ho un catalogo ormai completo. Dai tredicenni non sapevo che cosa aspettarmi.

Tra le ragioni che mi danno fiducia nell’umanità c’è il precedente di Tristan da Cunha. Isola sperduta, pressoché equidistante da Brasile e Sudafrica, si è popolata in seguito a un naufragio e grazie ai discendenti dei superstiti. Sono cresciuti nella purezza di chi non ha esempi da seguire e quando, nel 1961, vennero evacuati a causa di scosse telluriche, giunti nel Sudafrica che discriminava i neri, vollero immediatamente proseguire per la Gran Bretagna.

I ragazzi siciliani non sono cresciuti in questo tipo di isolamento. Men che meno quelli di Pozzallo, dove esiste un centro di accoglienza che è stato tra i più affollati e raccontati. Ora che gli sbarchi si sono diradati fin quasi a cessare resta  sulla costa con l’aspetto di una colonia abbandonata.

I ragazzi entrano in aula e la cosa che più ti colpisce in loro è che la cosa da cui più rifuggono è proprio la diversità. Vivono l’età dell’omologazione. Tutti indossano scarpe da ginnastica. Tutti hanno occhiali con la montatura rotonda, le femmine sottile e dorata. Solo più avanti la differenza diventerà un obiettivo e il punto resterà comunque farla e non rappresentarla. Ora condividono gli atteggiamenti e il linguaggio e perfino questa inattesa mitezza davanti all’insegnante e alla volontaria. Anni fa sarebbe stato conformista impegnarsi per l’Africa e chi ne proviene, adesso è una nuotata controcorrente, ma non è chi sta in cattedra che sono venuto a osservare.

Sulla parete viene proiettata una carta geografica del continente nero. E’ opinione comune che sia l’insegnamento della storia a poter distorcere la percezione delle cose, che la geografia sia oggettiva. Non è così. Nelle scuole egiziane sono appese mappe in cui non appare Israele. Il confine si allarga, precipita in un vuoto definito con una smorfia “entità sionista”. Nelle aule della ex Jugoslavia il Kosovo ancora balla, a volte da solo, a volte no.

L’africa qui è completa. Che cosa ne conoscono? A quali luoghi o parole l’associano? “Deserto”, “Piramidi”, “Fame”, “Kilimangiaro”.

Coltan?

Non pervenuto. Eppure è una sostanza chiave per fare due cose che conoscono benissimo: cellulari e playstation.

“Allora l’Africa è ricca, se fa i cellulari….”

No, ma questo sarebbe un discorso complesso.

Passano le foto di una città vista dall’alto: tetti di lamiera, edifici incompleti, motorini con due passeggeri e nessun casco.

“Sembra Pozzallo!”.

Invece è Sierra Leone, o Gabon, ma scatta la prima trappola dell’empatia. La seconda è nel calendario con fotografie di bambini siciliani e siriani. Indistinguibili, tranne uno dai tratti normanni.

I primi vivono lì, i secondi, ecco l’immagine, nei campi profughi. Zoom sulle stanze, sulle condizioni igieniche.

Sareste disposti a vivere qui?

Un coro di no.

E una domanda, la stessa che gira da sempre quando un bambino occidentale ne guarda uno africano: “Se non mangia, perché ha la pancia?”.

Gli effetti della denutrizione sono un trabocchetto logico che va spiegato.

Poi comincia la parte più interessante: il percorso dell’empatia.

Ha la spietatezza dell’inverosimile.

Immagina che tua madre ti chiami e ti dica che dovete partire subito, che puoi riempire soltanto uno zainetto: che cosa ci metti dentro?

“Cibo”, finirà.

“Vestiti”, si lacereranno.

“La piastra, il phon”, non avrai elettricità a cui collegarti.

Sarà un lungo viaggio, per quanto avete camminato di seguito, al massimo?

“Da Pozzallo a Ispica” .

Sono circa dieci chilometri, per andare dal cuore dell’Africa alla costa libica serviranno un anno e mezzo, forse due. Dormirete per terra, Spesso non avrete acqua per bere o lavarvi. Che cosa vi mancherà?

“La stanzetta”, “Il divano”, “Il mio cane”.

Stanno provando a identificarsi, ma è impossibile, lo sanno anche loro. “Che cosa faresti se…”, è una proposizione che spalanca una porta sul buio. Possiamo accendere la luce e illuminare la risposta solo se e quando dovesse realizzarsi veramente. Prima sono soltanto ipotesi, che si immaginano dovute o compiacenti. Lo scarto tra i sondaggi e la realtà è quello che determina chi siamo. Il fatto che a volte si riveli un istinto umanitario sorprendente perché nessuna opinione o azione precedente lo aveva annunciato (una sorta di “fattore Schindler”) è quel che ancora salva la vita sul pianeta.

Schindler vide la realtà che non aveva compreso e mutò di conseguenza.  L’empatia la sperimentò sul campo. Nella scuola Amore di Pozzallo ci sono cinque ragazzi di terza rifugiati, ma non parlano italiano e fanno lezione con un insegnante che sa spiegare in una lingua a loro comprensibile.

La volontaria spiega che il termine “rifugiato” si sostituisce al nome e perfino alla nazionalità, come “tu non fossi più Giuseppe, più italiano”, ma soltanto una categoria.

“Io l’ho visto un rifugiato, fuori dal supermercato, una sera di pioggia. L’abbiamo invitato a casa, sfamato. Poi doveva tornare al centro. Gli abbiamo chiesto se potevamo visitarlo, di chi chiedere. Si è guardato il bracciale, ha detto di domandare del suo numero”.

Lì mi sono ricordato di Tony. E’ passato poco più di un secolo, era il1917. Si chiamava Antonio Varacalli. Era nato in Calabria, ma emigrato in America,  nello stato di New York, a Seneca Falls, il paese che Frank Capra usò come modello per la Bedford Falls de “La vita è meravigliosa”. A vent’anni, mentre passava sul ponte vide una donna che annegava nel fiume, Si buttò, la sospinse a riva e la salvò, ma la corrente lo trascinò via. Morì, sacrificandosi. Il giornale locale scrisse che una cittadina in difficoltà era stata salvata da Tony Qualcosa. Un sacerdote mandò una lettera: “E’ inaccettabile, non era Tony Qualcosa, aveva un nome, era Antonio Varacalli”. Poi lo onorarono con una targa e un premio annuale per chi dimostra coraggio. Fra qualche giorno in mezzo mondo verrà ritrasmesso il film che lo trasforma nell’angelo Clarence.  Fin troppa grazia, ma il nome, la storia sono dovuti a chiunque.

Story by: Gabriele Romagnoli
Client: La Stampa



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