La paura della libertà dopo l’ergastolo interrotto

Illustration made for the story of Gabriele Romagnoli. Client: La Stampa

La paura della libertà dopo l’ergastolo interrotto – Illustration made for the story of Gabriele Romagnoli. La Stampa

La paura della libertà dopo l’ergastolo interrotto

“C’è vita oltre la morte civile? Che cosa succede a un uomo e alla società intera quando sulla sua cartella giudiziaria alla scritta “fine pena mai” ne subentra un’altra che al posto di quel “mai” reca una data? Questa è la storia di Alfonso Figini, che “resusciterà” fra 85 giorni, il 18 febbraio 2019, all’età di 61 anni.

La prima parte della sua vicenda mi è stata raccontata in Lussemburgo da uno sconosciuto, in una notte di pioggia, al bancone di un tristo bar accanto alla stazione. Nel granducato delle banche fu il primo uomo ad essere arrestato mentre entrava per fare un deposito, anziché mentre usciva con il bottino. Sarà anche il primo in Italia a laurearsi in ingegneria mentre sconta la pena all’ergastolo. Nel frattempo, insieme con il suo professore, ha scritto un libro autobiografico ( Lupo Alpha ), chiedendomi qualche riga per la terza di copertina: “La letteratura è anche una forma di redenzione: trasforma i crimini in avventure da leggere con il fiato sospeso. Se un uomo è stato pilota di moto in Italia, rapinatore in Lussemburgo, trafficante in Sudamerica, come puoi non farne un personaggio da romanzo?”.

Alfonso Figini nasce in Francia da genitori emigrati dalla Lombardia. La famiglia si trasferisce in Lussemburgo, dove gestisce un negozio. Da ragazzo s’innamora delle moto, prima aggiustandole in officina, poi guidandole in pista. Corre nella categoria 250, gareggia a livello europeo. Durante l’inverno si prende lunghe vacanze, abbassa la serranda l’officina e se ne va a scorrazzare in Brasile. Accelera pigiando il pedale del rischio e sbanda finendo nell’illegalità. E’ il gusto dell’avventura, non il bisogno, a fargli commettere il primo reato: svuota un centro commerciale con la complicità di due amici. Si scopre guascone: insoddisfatto del risalto avuto nelle cronache, due mesi più tardi replica lo stesso colpo e il bis conquista le prime pagine. Si entusiasma e la volta successiva alza la posta, svaligiando i Monopoli di Stato.

Troppo piccolo per lui, a questo punto, il Lussemburgo. Esporta la sua nuova attività in Perù. Frequenta coetanei ricchi e viziati. Con loro fa uso di cocaina e per loro la smercia. Di loro pensa più in grande. Mette insieme le tessere della sua esistenza e le cose che ha imparato: i motori gli hanno dato contatti in Asia, il Lussemburgo nella finanza. Incrocia i dati fa girare nel verso opportuno droga e soldi. Finché lo bloccano, nella porta girevole di un istituto di credito. La sliding door non gira più, diventa quella di una cella chiusa.

Il suo caso viene assegnato alla giustizia italiana, che lo condanna a 16 anni per traffico di stupefacenti. Non fa una piega: si riconosce colpevole e ritiene giusta la sentenza.

Poi sbuca un’altra accusa: duplice omicidio. Gli fanno vedere due fotografie: riconosce un solo uomo. E’ morto carbonizzato, legato nella sua auto data alle fiamme. L’altro, l’ignoto, ha ricevuto una fucilata in gola, così potente che il collo si è staccato per metà dal capo. Erano due corrieri dell’organizzazione per cui aveva lavorato. Dicono che il mandante del loro assassinio è lui. Nega con la stessa risolutezza con cui aveva ammesso tutto il resto. Anche il magistrato del Lussemburgo, dove i delitti sono accaduti, appare perplesso. Il tribunale italiano non ha dubbi: colpevole. Ergastolo. Primo grado, appello, cassazione, ricorso a Strasburgo: ergastolo.

A ogni verdetto Figini scuote la testa. Non se la prende con i giudici ma con se stesso: è stato lui a finire in quel giro, ma l’ergastolo? Suo padre muore dopo la sentenza e non gli viene neppure concesso di partecipare al suo funerale. Sua madre morirà il primo giorno in cui lo faranno uscire in libertà vigilata.

In Italia esistono oltre 1600 condannati all’ergastolo di cui più di 1100 di tipo “ostativo”, che esclude ogni beneficio. Viviamo in quella che il sociologo francese Didier Fassin definisce l’era del castigo: pene di reclusione sempre più frequenti e sempre più lunghe. In quarant’anni la popolazione carceraria è più che triplicata. Che esista una porta girevole e “dopo averli messi dentro li rimettono subito fuori” è un’impressione legata a casi eclatanti e amplificati, non una realtà fattuale. Secondo Fassin: “le élite politiche rafforzano o addirittura anticipano le inquietudini securitarie dei cittadini. Ritengono di trarre benefici elettorali dalla drammatizzazione delle situazioni e dalla messinscena della loro autorità attraverso dimostrazioni di severità. Del resto il populismo penale è per queste élite molto più redditizio di quanto sarebbe per loro puntare sui propri risultati in altri campi, come quello della giustizia sociale”.

Nel carcere di Prato Alfonso Figini ha dovuto scegliere tra impazzire e provare a fare qualcosa per evitarlo. Ha studiato ingegneria meccanica, si è laureato. Chi gli faceva lezione gli ha trovato un lavoro in un laboratorio di ricerca dell’università di Firenze. Per svolgerlo ha ottenuto la libertà condizionata. Buona condotta, 26 anni di buona condotta gli sono valsi, a settembre, la decisione più attesa: liberazione anticipata.

Gli 85 giorni che deve ancora scontare sono il computo aggiuntivo per un’ammenda non pagata. Ogni sera mette una firma alla questura di Prato. Poi toglie un numero a quel conto alla rovescia che lo sta angosciando in modo inedito. Al “fine pena mai” si era abituato, a questo avvicinamento lento non era preparato. Si sente come un pilota che vede il traguardo, ma ha una ruota bucata. Il problema è diventato che cosa fare dopo, di tutta questa improvvisa libertà, a 61 anni. Per questo ha rinnovato il contratto con l’università per soli sei mesi. E dopo? Non lo sa. Non era pronto. Ora inserisce ogni possibilità in un foglio Excel e digita pro e contro. Non può più sbagliare.

Il carcere è un sistema imperfetto, a cui da secoli non si trovano alternative. L’ergastolo è una forma di rinuncia sociale. Quando accade quel che è successo a Figini bisogna accendere la fiamma della riflessione: rieducarne uno per salvarne 1600.”

Story by: Gabriele Romagnoli
Client: La Stampa



I commenti sono chiusi.

Privacy Policy