L’anello della mia bisnonna

Illustration made for #Futura-Il Corriere della sera. Story: Anna G. Dato

L’anello della mia bisnonna(nella bara)

Anna Giurickovic Dato

La bara sale. Operai sbraitano di qua, di là, uno tira la corda, l’altro fa leva con il piede su un traliccio, il feretro della bisnonna Mariannina emerge dalla terra.

Mai l’ho conosciuta la bisnonna Mariannina.

Devo prendere l’aereo: non importa se il biglietto, oggi, costa più di domani. Devo lasciare la Sicilia quanto prima.

«Guarda, guarda, vieni a vedere la bisnonna», comanda mia madre.
«Ma ha ancora la carne intorno?».
«No, no, soltanto ossa. Stai tranquilla, non fa paura».

Mi avvicino alla bara, devo assolutamente comprare il biglietto aereo per stasera.

«Non è di legno la cassa?».
«Il legno si è consumato, è da cinquantacinque anni che la bara sta lì sotto, signorina, è rimasto solo il ferro».

L’operaio abbandona la fiamma ossidrica in un angolo e scoperchia del tutto la cassa da morto. Eccola, la bisnonna Mariannina!

«Chissà cosa avrebbe detto se avesse saputo che oggi, un giorno come un altro, i discendenti che non ha mai conosciuto avrebbero riesumato la sua salma».
«Guarda le sue gambe, è coscia lunga proprio come te, Anna. Lo vedi da chi hai preso?».


Lo scheletro è nero nero, umido e marcio, il cranio sembra un grossa pietra porosa ed è rivolto verso il basso: non ha nulla che ricordi un volto umano. Riconosco le mie anche in quelle della bisnonna Mariannina, che poi sono le stesse della nonna.

Gli operai portano una piccola scatola di acciaio, sembra un portagioie.
«Qui ci infiliamo la salma, per fare spazio all’altra».
Intanto prenoto il viaggio per questa sera così non ci penso più, non resterò oltre.
«Ma la Sicilia è così bella, è così bella».
Non lo è più per me, la Sicilia è un cimitero.

«Dobbiamo stare attenti che non le rubino l’anello».
«A chi?».
«Alla bisnonna. Ha l’anello al dito, non lo vedi?».
«Non ho proprio visto il dito».

Un dito nero, con un anello nero, riposa su un lato della cassa, isolato dal resto. Sembra un ramo secco.

«Sai, Anna, la bisnonna Mariannina è proprio uguale a te, non solo perché è coscia lunga, ma per tutto il resto, proprio tutto», mi dice mia madre.
«Ma se tu non l’hai mai conosciuta».
«No, ma ne ho sentito parlare tanto… Era bella, alta per quei tempi, con un viso così e così, duro, ma attraente, proprio come te, e faceva cose un poco strane, prima solo un poco strane, poi è diventata proprio pazza e la famiglia se la teneva in casa – quanto erano buoni! Se la tenevano ben nascosta, la povera bisnonna, e lei ogni tanto urlava, scalciava, picchiava, scappava. Allora c’erano i manicomi, per questo la nascondevano: guai se qualcuno l’avesse scoperta, povera pazza, l’avrebbero rinchiusa. E poi si chiama Mariannina, è con lei che comincia il tuo nome, bimba mia
».

Arriva il medico legale con un quaderno in mano, buongiorno, buongiorno, e ora, davanti a lui, gli operai possono “ridurre” la salma, per fare posto all’altra. I parenti devono essere testimoni, non c’è un motivo, se non che qualcuno potrebbe prendersi i gioielli con cui il morto è stato seppellito, oppure dire «al diavolo la bisnonna Mariannina» e fingere di aver svolto il lavoro che non ha svolto, disfarsi del cadavere, di ciò che resta, e tanti saluti. Tanto, sotto terra, chi va a controllare?

E la bisnonna deve essere rimessa nella tomba, con la sua lapide e tutte le sue cosine a posto, così pace all’anima sua, raccomanda la zia mentre prega il bambinello. La pace la si trova solo con la sepoltura, dice, eppure non ne vedo di persone in fila a chiedere «per favore, per favore, cerco pace, seppellite pure me».

L’aereo parte alle diciannove, se non lo prendo impazzisco, lo so, ne sono certa.

Vedo la bisnonna Mariannina che si solleva dalla bara e mi viene incontro, barcollando, mi posa la mano fredda sulla fronte e dice «Pronipote, tu sei proprio uguale a me, e non solo per le cosce lunghe, e non solo per quegli occhi neri che tu hai ancora così vispi, e non solo per il nome che ti è stato dato in mio onore, tu, cara, stai impazzendo, proprio come me».

Torna nella bara e gli operai, piano piano (materiale fragile!), prendono le ossa della bisnonna e le trasferiscono nel portagioie di acciaio – io così mi ostino a chiamarlo – con il dito e l’anello e le ginocchia, i femori, le tibie, i peroni, l’ileo, le scapole, lo sterno, gli omeri, le falangi, una per una, e mi sembra di essere a scuola e di dover indovinare il nome di ogni osso che viene riposto nel portagioie. L’ulna e il radio, li riconosco, sono brava.

«Certo, avresti potuto fartelo dare l’anello», è di nuovo la voce di mia madre. «In fondo, alla bisnonna Mariannina, non serve più; non le serviva nemmeno prima, nella bara grande, ma si sa come funzionano queste cose. Però adesso, che è tutta contorta in quella piccola scatola di ferro, non le serve proprio a niente, non trovi? Chiedilo alla zia, che ti dia almeno quell’anello. Se lei potesse, Mariannina dico, lo donerebbe proprio a te, perché pazza era, ma di buoni sentimenti».

Gli operai sigillano il portagioie con dentro la bisnonna, lo calano giù nel buco che hanno scavato sotto terra e lo spingono in fondo con un piede, finché non tocca la parete che segna la fine dello scavo. Se continuano a lavorare così lentamente io l’aereo lo perdo, e non mi sembra proprio il caso.

Se sono certa di una cosa, è che devo lasciare la Sicilia oggi stesso. Così torno a Roma per l’ora di cena, e sai chi ci trovo? Tutta la famiglia, seduta intorno alla tavola da pranzo, come ogni santo giorno. Parliamo, scherziamo, non è successo nulla, proprio nulla.

Arrivano gli operai con l’altra bara sulla spalla. È tutto pronto, ora lo spazio c’è. Ora che abbiamo “ridotto” la bisnonna, papà ci starà bello largo sotto terra.

Client: #Futura – Il Corriere della sera

Story by: Anna G. Dato



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